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Liturgia della Domenica 8 Marzo - Il commento di Don Claudio
Giovanni 4, 5-42
Siamo alla terza domenica di quaresima. Oggi la liturgia ci ha proposto il primo dei tre testi di Giovanni che leggeremo in queste settimane, testi molto lunghi, tutti e tre di 40 versetti circa, che ci raccontano di tre incontri: la Samaritana, il cieco nato e Lazzaro, fratello di Marta e Maria. Acqua, luce e vita, ce lo ricordiamo, sono i tre segni che scandiscono questi tre racconti e che si rifanno all’iter di preparazione al Battesimo che percorrevano i catecumeni, coloro che si preparavano a ricevere il Battesimo nella Veglia Pasquale.
Pur omettendo alcuni passaggi del testo odierno, ho letto infatti la forma breve, molti sono gli spunti che ci vengono offerti… altro non fosse per le parole che troviamo dette da Gesù, dalla Samaritana e da coloro che fanno un po’ da contorno a questo incontro.
Una prima sottolineatura è data da questo dialogo che avviene tra due soggetti che, secondo la mentalità corrente, non avrebbe potuto mai svolgersi: un Rabbì e una donna e soprattutto tra un Giudeo e una Samaritana… quest’ultima considerata eretica, non parte del popolo scelto di Israele. «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». La sete di Gesù, “Dammi da bere”, diventa il pretesto per un dialogo più profondo e con coordinate che vanno al di là del semplice bisogno fisiologico del dissetarsi.
Al centro di questo dialogo c’è l’acqua. Da una parte, l’acqua come elemento essenziale per vivere, che appaga la sete del corpo e sostiene la vita. Dall’altra, l’acqua come simbolo della grazia divina, che dà la vita eterna. Nella tradizione biblica Dio è la fonte dell’acqua viva - così si dice nei salmi, nei profeti -: allontanarsi da Dio, fonte di acqua viva, e dalla sua Legge comporta la peggiore siccità. È l’esperienza del popolo d’Israele nel deserto. Nel lungo cammino verso la libertà, esso, arso dalla sete, protesta contro Mosè e contro Dio perché non c’è acqua. Allora, per volere di Dio, Mosè fa scaturire l’acqua da una roccia, come segno della provvidenza di Dio che accompagna il suo popolo e gli dà la vita (cfr Es 17,1-7).
La promessa dell’acqua viva che Gesù ha fatto alla Samaritana è divenuta realtà nella sua Pasqua: dal suo costato trafitto sono usciti «sangue ed acqua» (Gv 19,34).
Questo dono è anche la fonte della testimonianza. Come la Samaritana, chiunque incontra Gesù vivo sente il bisogno di raccontarlo agli altri, così che tutti arrivino a confessare che Gesù «è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42), come dissero poi i compaesani di quella donna.
Il Battesimo, l’acqua che è stata versata su di noi, ci ricorda che siamo stati generati a vita nuova, siamo chiamati a testimoniare la vita e la speranza che sono in noi. Se la nostra ricerca e la nostra sete trovano in Cristo pieno appagamento, manifesteremo che la salvezza non sta nelle “cose” di questo mondo, che alla fine producono siccità, ma in Colui che ci ha amati e sempre ci ama: Gesù nostro Salvatore, nell’acqua viva che Lui ci offre.
Non abbiamo timore nel chiedere, come quella donna, che Gesù ci doni sempre la sua acqua viva perché Lui solo può dissetare la nostra sete di Infinito, Lui solo è Colui che ci disseta per l’eternità.